Il "tuffo in Dio"

La fede di Carlo Grisolia nella prova

San Paolo scrive: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Carlo, a vent’anni, ha reso vera questa parola.

Un cuore che cerca Dio

Carlo nasce a Bologna nel 1960, terzo di cinque figli. Nel 1973 la famiglia si trasferisce a Genova.

Conosce i Focolari da bambino. Da Chiara Lubich riceve un “nome nuovo”: Vir, “uomo forte”, quasi una vocazione scritta nel cuore.

Ama la poesia e la musica, e cerca in tutto il volto del Signore.

Innamorato del Vangelo

Studente all’Istituto Agrario, si spende per l’unità tra i compagni. Vive la fede non come teoria, ma come vita donata.

Dopo l’uccisione di Aldo Moro, nel 1978, annota il dovere cristiano di amare e perdonare. Un’eco del comando di Gesù: amare anche i nemici.

La prova

Nel marzo 1980 inizia il servizio militare in Marina, a La Spezia. Il 16 agosto la salute crolla all’improvviso.

Il 19 agosto, il giorno dopo la morte dell’amico Alberto, arriva la diagnosi: un tumore tra i più aggressivi.

Iniziano i suoi ultimi quaranta giorni, all’ospedale Galliera.

Offrire, non subire

San Paolo dice di completare nella propria carne ciò che manca ai patimenti di Cristo. Carlo fa sua questa logica.

Non subisce il dolore: lo offre. Agli amici confida: «Offro la mia vita per tutti voi».

La sofferenza, unita a quella di Gesù, diventa preghiera e dono per gli altri.

Vivere l'attimo presente

In mezzo alla malattia, Carlo custodisce la pace. Scrive: «È sempre un bel gioco quello di vivere l’Attimo Presente».

E raccomanda agli amici: «Teniamo Gesù in mezzo!». Non guarda al passato né teme il domani: accoglie l’oggi come dono di Dio.

"Io so dove vado"

Alle infermiere, stupite dalla sua serenità, ripeteva: «Io so dove vado».

Chiara Lubich, colpita, annotò che quel ragazzo di vent’anni ormai parlava e agiva «con la forza di un patriarca».

La grazia lo aveva reso maturo in poche settimane.

Carlo lo seguì quaranta giorni dopo. L’appuntamento nell’Eucaristia era diventato appuntamento nel Cielo.

Il tuffo in Dio

Carlo chiamava la morte il suo “tuffo in Dio”. Non un salto nel vuoto, ma l’abbandono fiducioso tra le braccia del Padre.

Come Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Alla mamma confidò: «Mamma, è giunto il momento del tuffo in Dio».

Muore il 29 settembre 1980. Al suo funerale, all’aperto, sono in più di mille.

Una fiamma che non si spegne

La sua testimonianza continua a illuminare. Nel 1990 la futura beata Chiara “Luce” Badano volle incontrare la mamma di Carlo, per trovare forza nella propria malattia.

È la comunione dei santi: una vita breve, offerta con amore, che accende altre vite. Anche oggi.

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